giovedì 5 febbraio 2015

Studio letterale della Bibbia, Ep.1 - La Genesi

<In principio Dio creò il cielo e la Terra. La terra era una cosa vuota e senza forma: una tenebra ricopriva l'abisso e sulle acque si muoveva lo Spirito di Dio>. Questi sono i primi due versi della Bibbia, l'introduzione della "creazione del mondo". 

La Bibbia scritta come tutti noi la conosciamo è il frutto dell'opera di traduzione ed interpretazione attuata dai monaci masoreti nel cosiddetto Codice di Leningrado (chiamato così poiché è custodito a San Pietroburgo, ex Leningrado), ufficialmente ricondotto al 1008.

Masoreta deriva dall'ebraico mesorah (מסורה) e significa figuratamente "trasmettere la tradizione", quindi, letteralmente, i monaci masoreti sono i "custodi della tradizione", nel loro caso di quella ebraica.

Perché come scritto, il lavoro dei masoreti oltre ad essere stato di traduzione (dall'ebraico al latino) è stato di interpretazione? Ebbene, l'ebraico, è una lingua del ceppo semitico la quale matrice è la lingua aramaica, e, come gran parte delle lingue semitiche nella sua scrittura esistono solamente le consonanti, alle quali viene poi applicata la stesura delle vocali, che, a seconda delle scelte possono cambiare il significato intero di una parola e chiaramente dell'intero contesto descrittivo.
Ciò è quanto è stato fatto dai monaci masoreti dunque: aggiungere le vocali alle consonanti già presenti per dare un significato al testo.

Già in partenza dunque, si può facilmente intuire come la Bibbia non sia la parola pura ed immutata di Dio, bensì, un'interpretazione di vari libri scritti da vari autori in epoche diverse. Ai quali ognuno, a seconda del proprio interesse o credo, ha cambiato le vocali (logicamente nei limiti che il contesto narrativo e logico pone), mutando i significati delle parole e di conseguenza il significato stesso del messaggio. Possiamo dunque affermare con certezza che la Bibbia che leggiamo oggi non è uguale all'originale.
A questo proposito, numerosi rabbini e studiosi biblici si sono proposti alla fine degli anni '50 del secolo scorso di andare a ricercare le varie stesure fatte nel corso dei secoli al fine di poter ricreare una Bibbia il più fedele e vicina possibile alla prima scritta. E' stato ipotizzato che il progetto possa terminare positivamente verso la fine del nostro secolo. Auguriamo a tutti di arrivare a quel periodo, ma per il momento forse è meglio concentrarci su quanto si ha effettivamente a disposizione.


Dopo una breve e dovuta introduzione all'argomento, immergiamoci nella prima analisi di questa lunga serie di lavori episodici che propone come esordio di "studio" i primi due versi biblici. < (1) In principio Dio creò il cielo e la Terra. (2) La terra era una cosa vuota e senza forma: una tenebra ricopriva l'abisso e sulle acque si muoveva lo Spirito di Dio>.

Nella Bibbia scritta in ebraico il primo versetto recita foneticamente: <Bereshìt barà Elohìm et ha'shamayim ve'et ha'arets>   - In principio creò gli Elohìm due cieli e la terra. 

Dunque separato da un simbolo identico ai nostri (:), chiamato "sìlluk", il secondo verso  prosegue:

<Ve'ha'arets aetà tohu v'avochu ve'hoshech hal-pené dehòm ve'ruach Elohìm merahéfet hal-pné hamayim>   - E la terra era informe e vuota e "le" tenebre al di sopra "dell'" abisso e lo spirito "degli" Elohìm aleggiava sopra alle acque> 


Questo è quanto emerge da una semplice traduzione letterale dall'ebraico all'italiano. Ora però, andiamo più a fondo e proviamo a raggiungere e quindi se possibile aggiungere l'etimologia e l'origine filologica ad ogni termine. Partiamo da capo focalizzando parola per parola:

"Bereshìt" è la prima che troviamo, nonché il termine che dà il nome all'intero libro, infatti, significa "In principio", "all'inizio" o appunto "Genesi". Ora, il termine "in principio" delinea un momento esatto e preciso che però allo stesso modo è indeterminato in quanto non ne è specificata la data. Bisogna dunque considerare molto attentamente come non vi sia scritto "in principio di tutto" bensì, "in principio" e basta. Per principio s'intende l'atto d'inizio di una lunga serie di eventi (dal latino Principium che è il derivato di princeps, primo principe), quindi non va precluso che il principio sia l'azione che precede l'inizio di tutto, né che prima del principio vi fosse il nulla.

"Barà" segue a bereshit. Questo termine viene tradotto con "creare" ed è al singolare. Ciò è erroneo in quanto il verbo "barà" in ebraico non significa creare inteso come creare dal niente, ma "formare" o "dare forma" a qualcosa per mezzo di cose già esistenti. Allorché il termine "barà" noi lo traduciamo come "dare forma".

Segue quindi quella che è la punta di diamante della nostra analisi, ovvero, quello che nei nostri testi viene riportato col nome di "Dio" o "Iddio" ma che nei Testi Sacri risultano essere "Elohìm". Perché risultano? perché come andremo a vedere anche meglio in futuro il termine "Elohìm", come tutti termini ebraici plurali termina col suffisso -ìm. Regola fissa ed infrangibile. Dunque "Elohìm" è plurale. Il suo singolare, citato con frequenza nettamente minore è "Eloah"(dal quale deriva etimologicamente Allah, il nome del dio musulmano).
L'origine del nome "Elohìm" è ignota. Il suffisso "El" vuol dire grossolanamente "stare in alto", ma non avendo fonti certe non ci sbilanciamo. Ognuno interpreti da sé.

"Et" è una semplice congiunzione associabile al nostro "e".

(Ha) "Shamayìm" è una parola molto interessante, in quanto non vi un termine in italiano che la possa interpretare, non tanto nel significato e nella sua sostanza, ma nella sua forma. Infatti, in ebraico oltre al singolare e il plurale che noi tutti utilizziamo periodicamente esiste una terza opzione ovvero quella duale che si utilizza per indicare qualsiasi cosa che sia in coppia (quindi occhiali, piedi, mani, ali ecc. ecc.). Quindi ("ha") "shamayìm" non sono semplicemente "i cieli", tradotti come se gli stessi fossero infiniti o indefiniti ma "due celi" passatemi il termine "accoppiati", oppure meglio ancora simbiotici. Questi "cieli", come vedremo nelle future analisi, differiscono da quello che può essere il cielo stesso oppure lo spazio inteso come cosmo.

"Ve'et" è una doppia congiunzione che ha lo stesso significato di "et" ed ha lo scopo di introdurre il termine che la sussegue, che in questo caso è:

(Ah) "Arets" che viene tradotto come "Terra". Ma è abbastanza ambiguo, in quanto per "Terra" al maiuscolo s'intende il Pianeta che invece viene chiamato "Adamàh" dal quale derivano gli "Adàm" ovvero coloro che "nascono ed abitano dall' e nell'Adamàh", quindi i "terrestri".
"Arets" è dunque la "terra" intesa come materiale fisico, non necessariamente terra in sé ma tutto ciò che è separato dai due cieli. Ciò si deduce dal precedente "ve'et" che funge da frangi frutti fra "hashamayìm" e "arets".


Quindi ristabiliamo un'altra linea, o se volete, un 'altra interpretazione che per questo inizio lasciamo anche po' volutamente velata senza voler entrare subito in dettagli che richiederebbero molti approfondimenti:

<"Bereshìt", in un determinato momento indistinto. "Barà", diede forma. "Elohìm", gli Elohìm. "Et", e. "Ha" "Shamayim", due cieli simbiotici. "Ve'et", e divisi da questi. "Arets", la terra, la materia. 

In un italiano ordinato adattiamo: <In un momento determinato gli Elohìm diede la forma a due cieli e alla materia>. Per il momento, ognuno interpreti liberamente.




Continuiamo ora con lo "studio" del secondo verso. (2) (salto i termini già citati nella prima parte):

"Aetà" corrisponde al verbo essere inteso come "esistere" al passato. Dunque, semplicemente "era".

"Tohu" vuol dire "informe, senza forma alcuna" e si riferisce ad "arets", quindi alla terra.

"Vochu" preceduto da "va" si riferisce ad "arets" e vuol dire "vuoto, senza fondo alcuno". Segue:

"Hoschech", preceduto anche esso dalla dalla congiunzione "ve'", significa tenebra ed è al femminile, dunque "e la tenebra".

"Hal-pené", "posto al di sopra di un qualcosa", in questo caso riferito a:

"Dehòm",  che è tradotto come "abisso" non va inteso come un luogo fisico posto al di sotto dell'acqua, ma "al di sotto" e basta.

Quindi segue un'altra parola molto interessante e assai ambigua nel suo significato originario, ovvero il "Ruàch", tradotto come lo "Spirito". Ha in realtà tre significati ben precisi, ognuno di simile lettura. Il primo, riferibile ad un "oggetto che produce del vento", il secondo al "movimento del o nell'aria" ed il terzo, semplicemente al "vento" che è poi il termine simbolico dei primi due che spiegano il movimento dinamico. Ciò che è certo è che il "ruach" non è lo "spirito", tanto meno una forma trascendente della manifestazione degli Elohìm in quanto accompagnato dalla congiunzione "ve'" significa che il "ruach" è un qualcosa che appartiene solo ed esclusivamente a queste entità. Nel corso dei racconti biblici viene chiamato anche "Kevòd" o "Merkavàd", ma in quel caso, si tende più a tradurlo come "Gloria" riferita a Dio. Anche, qui sbagliando in quanto il primo significa "oggetto assai pensante" ed il secondo "mezzo di trasporto o di movimento". Dunque è logico che si tratti di un oggetto fisico. Ma non è finita qui!
Per quello che concerne l'odierna analisi, quindi mi riferisco in questo caso alla parola "Ruàch,", bisogna delucidare come l'origine etimologica della parola non sia puramente ebraica ma derivi da una lingua più antica che è il sumero-accadico. Sintetizzando molto, questa lingua era diversa dall'ebraico in quanto non era consonantica ma sillabica, come quella egizia, per intendersi. E come quella egizia, ogni sillaba era una parola con un suo significato lineare rappresentato da un pittogramma. "Ruach", deriva dal sumero-accadico "Ru-A". Il quale pittogramma veniva rappresentato con un oggetto pressoché identico a quella che oggi definiremmo un'astronave che sta sospeso sull'acqua. Lascio a voi ogni forma di interpretazione. Proseguiamo con:




"Merahefet", passato di "aleggiare, fluttuare, rimanere fermo in aria come un uccello", dunque "aleggiava". Inteso come rimanere in volo mantenendo però una staticità. Si può dunque anche ammettere il verbo "levitava".

"Hap-pené", (già visto prima).

Per concludere: "Hamayìm", in questo caso il termine non è duale ma semplicemente plurale, e significa "le acque".




Quindi, in conclusione, ora che abbiamo scomposto i primi due versi della Genesi parola per parola e abbiamo provato a scovare ciò che si cela alla loro radice, "riscriviamoli" secondo quanto scritto, ossia:

<< (1) In un momento determinato gli Elohìm diede la forma a due cieli e alla materia. (2) La terra era informe e vuota: una tenebra ricopriva l'abisso e l'oggetto che produce vento degli Elohìm aleggiava sulle acque>>



Per ora, e solo per ora, è davvero tutto. Nel prossimo episodio continueremo un'altra analisi della Genesi, con la stessa voglia e speranza che possa essere apprezzata e ideata da ognuno di voi sempre nel rispetto di ogni credo e dell'idea che ognuno ha verso Dio.


















Nessun commento:

Posta un commento